Piccoli passi per una vita informatica libera
Ricordate il video dell'Airbus che sorvolava la pista a bassa quota e poi, invece di risalire, proseguiva dritto fino a schiantarsi nel bosco? L'inchiesta appurò che il computer di bordo aveva impedito ai piloti di cabrare. Domanda: gli utenti anonimi degli infiniti, onnipresenti dispositivi elettronici stanno correndo lo stesso precipizio? A furia di essere smart, una cosa è certa: come quei piloti, nessuno ha il controllo dei propri device.
La situazione è così grave che oggi non basta più adottare Linux o qualche applicazione FOSS per liberarci dal Grande Fratello. Dobbiamo ricominciare dall'inizio: disimparare cattive abitudini prima di acquisire conoscenze. Serve una vera pedagogia informatica, fatta di azioni coordinate — non gli interventi scollegati a cui ci siamo limitati finora.
Più tastiera, meno mouse
Da dove cominciare? Dai gesti. Il primo cappio attorno al collo è la condanna a cliccare icone, a flippare schermate — abitudini che hanno una cosa in comune: più clicchi, meno pensi.
Qui siamo al cuore della rivoluzione informatica operata da Steve Jobs e poi da Microsoft. Prima si scriveva e si leggeva. Con loro abbiamo cominciato a inseguire immagini, tramutandoci all'istante nei selvaggi a cui un tempo regalavano perline in cambio dei loro beni più preziosi. Questo passaggio — clicco l'iconcina della busta invece di scrivere il comando mail in un terminale — ha reso popolare l'informatica, d'accordo, ma le ha fatto prendere una brutta piega. Il nostro gusto per siti sgargianti, pieni di popup, cookie e traccianti, affonda qui le radici.
Primo passo della rieducazione: più tastiera, meno mouse.
Cifratura
Poi c'è la privacy, di cui pochi capiscono la natura. Oggi tendiamo a confidare tutto sui social e ci conformiamo senza batter ciglio a qualunque richiesta delle autorità — mossi dall'idea che innocenza significhi trasparenza. Ma il mito dell'uomo di vetro è una creatura del pensiero totalitario, che non vuole altro se non obbedienti delatori senza «nulla da nascondere»: simili ai bambini che mostrano il vasino ai genitori.
L'intimità — l'avere qualcosa da nascondere — è propria dell'adulto, non del delinquente.
Secondo passo verso la libertà: comunicazioni cifrate.
Autogestione
Infine la gratuità. Anche questa è una cattiva abitudine, indotta da interessi terzi. Gmail, Facebook, Wikipedia: tutto gratis. Col tempo abbiamo capito che la gratuità non serve ad attrarre clienti per vendere poi servizi (quello lo fanno i blogger, gli informatici freelance, le PMI): serve a manipolare l'opinione pubblica, vendere dati personali, appropriarsi dei contenuti degli utenti, censurare il dissenso. Qui vale l'adagio: se è gratis, il prodotto sei tu.
Il rimedio è autogestire i servizi essenziali — dal server email al cloud, e così via.
Queste, in sintesi, le linee guida da cui cominciare. Alla triade comodità-trasparenza-gratuità caldeggiata dalle Big Five rispondiamo con conoscenza-privacy-autogestione. Seguendo questo approccio potremo sviluppare le singole azioni mettendole in prospettiva. Nel nostro piccolo, è la linea che seguiremo trattando questi temi:
- Conoscenza: applicazioni da terminale, qutebrowser, tiling wm...
- Privacy: crittografia mail, XMPP, Tor...
- Autogestione: server posta, flat file CMS, Nextcloud...
- Date
- 2022-09-13
- Taxonomy
- Italiano | freedom, privacy, cli, open-source, philosophy, self-hosting